Le principali associazioni del settore alberghiero – Confindustria Alberghi, Assohotel e Federalberghi – hanno espresso forte preoccupazione in merito alla proposta, attualmente in discussione, di consentire ai comuni l'utilizzo del gettito derivante dall'imposta di soggiorno per il finanziamento delle spese correnti. Una decisione che rappresenterebbe un allontanamento dall'originaria natura di "tassa di scopo", ovvero un'imposta pensata per finanziare interventi a favore del turismo e della valorizzazione del territorio.
Secondo le associazioni, quindi, tale modifica snaturerebbe la finalità dell'imposta ai danni dei turisti e senza benefici tangibili per il comparto. Viene, inoltre, sottolineata la mancanza di trasparenza da parte di molte amministrazioni locali nella rendicontazione dell'utilizzo del gettito richiesto ai turisti, che nel 2025 dovrebbe superare 1,2 miliardi di euro.
Quindi, la proposta di ampliare l'uso del gettito, includendo le spese correnti dei comuni, riaccende il dibattito non solo sulla destinazione delle risorse, ma anche sulla natura stessa e sulle modalità di applicazione dell'imposta. Le criticità strutturali del sistema, già evidenziate negli anni da operatori e istituzioni, pongono interrogativi sulla coerenza tra finalità dichiarate e utilizzo effettivo delle risorse, rendendo ancora più urgente una riflessione sul futuro di questo tributo.
Per comprendere appieno le implicazioni della proposta, è utile soffermarsi su come è strutturata e applicata oggi l'imposta di soggiorno. Il dibattito attuale, infatti, non riguarda solo il possibile cambio di destinazione del gettito, ma richiama l'attenzione su alcune criticità sistemiche che caratterizzano questo tributo sin dalla sua introduzione: dai limiti normativi all'autonomia dei comuni, alla mancanza di omogeneità nelle modalità applicative, fino alla scarsa trasparenza nella gestione delle risorse raccolte.
Cos'è e come funziona l'imposta di soggiorno
Introdotta con il decreto legislativo 23/2011, l'imposta di soggiorno è un tributo locale che può essere applicato dai comuni a vocazione turistica o città d'arte, nonché dai capoluoghi di provincia, dalle unioni di comuni e dagli enti amministrativi delle isole minori. L'obiettivo dichiarato è duplice: sostenere le politiche turistiche e ambientali e contribuire alla sostenibilità finanziaria degli enti locali.
Dal 2011, anno in cui solo 13 comuni introdussero l'imposta raccogliendo 77 milioni di euro, il numero di enti aderenti è cresciuto fino a superare quota 1.300. Nel 2024 il gettito complessivo ha raggiunto i 1.010 milioni di euro. Tuttavia, il quadro normativo presenta ancora forti disomogeneità, con regolamenti locali spesso diversi tra loro e privi di un quadro di riferimento nazionale armonizzato.
Autonomia limitata e applicazione disomogenea
L'assetto attuale dell'imposta di soggiorno presenta diversi elementi di criticità, sia dal punto di vista normativo che gestionale. Sebbene i comuni abbiano la facoltà di decidere se istituire il tributo e con quali modalità applicarlo, gli spazi di autonomia sono in realtà limitati da vincoli normativi, sia per quanto riguarda la tipologia degli enti ammessi sia per l'importo massimo applicabile per ogni pernottamento.
Attualmente, possono adottare l'imposta solo i comuni a vocazione turistica o città d'arte inclusi negli elenchi regionali, oltre ai capoluoghi di provincia, alle unioni di comuni e agli enti delle isole minori. Inoltre, il cosiddetto "tax cap" – ovvero il tetto massimo di prelievo – è stato fino al 2024 pari a 5 euro a notte. Dal 1° gennaio 2025, tale limite è aumentato di 2 euro, con alcune eccezioni che permettono di raggiungere i 10 euro nei comuni in cui il numero di turisti è almeno venti volte superiore ai residenti, come nel caso di Venezia, Firenze o Rimini.
Un ulteriore elemento di complessità deriva dalla mancanza di un regolamento nazionale attuativo che definisca in modo uniforme criteri e modalità applicative. In assenza di linee guida condivise, ogni amministrazione ha introdotto l'imposta seguendo logiche locali e adottando criteri differenti, con un'articolazione spesso basata sul pregio della struttura ricettiva (ad esempio il numero di stelle) piuttosto che sul prezzo effettivamente pagato dal turista. Questo ha portato a un sistema disomogeneo, in cui le aliquote risultano talvolta sproporzionate rispetto alla base imponibile, in particolare per le strutture di fascia alta.
Tentativi di riforma e criticità emerse
Nel corso del 2024 era stata presentata una proposta di riforma volta a superare queste distorsioni, attraverso l'introduzione di un sistema di aliquote fisse crescenti in base al prezzo della camera, e non più in base alla categoria della struttura. Il nuovo modello avrebbe previsto, ad esempio, 5 euro di imposta per camere fino a 100 euro a notte, fino ad arrivare a 25 euro per camere con tariffa superiore a 750 euro. Tuttavia, la riforma è stata accantonata, anche a causa di alcune problematiche emerse in fase di discussione.
Tra le principali criticità evidenziate, vi era il rischio che la nuova impostazione penalizzi gruppi o famiglie numerose, facendo variare l'imposta pro capite in funzione del numero di occupanti per stanza. A ciò si aggiungono le difficoltà operative per i comuni nell'individuazione e nel controllo della base imponibile, data la forte variabilità dei prezzi praticati nel mercato dell'ospitalità.
Dal punto di vista degli operatori turistici, inoltre, un'imposta troppo elevata rischierebbe di compromettere la competitività delle destinazioni, con possibili ripercussioni sui flussi turistici e sulla capacità di attrazione di alcune località, in particolare quelle che già registrano una stagionalità marcata.
Il nodo della trasparenza e della destinazione del gettito
Al centro del dibattito torna, quindi, la questione della destinazione del gettito. Secondo quanto previsto dalla normativa attuale, l'imposta di soggiorno dovrebbe essere destinata a finanziare interventi in ambito turistico, ambientale e culturale, compresi i servizi pubblici locali connessi e le attività di valorizzazione del patrimonio artistico.
Tuttavia, l'assenza di strumenti uniformi per tracciare e rendicontare l'impiego delle risorse rende difficile monitorare con precisione come vengano effettivamente utilizzati i proventi dell'imposta. In più occasioni, la Corte dei Conti ha sottolineato l'importanza di garantire una correlazione esplicita tra il gettito incassato e gli interventi realizzati, affinché sia rispettata la natura di "tassa di scopo" dell'imposta.
Negli ultimi anni, il vincolo di destinazione è stato progressivamente ampliato. La legge di bilancio 2023 ha esteso l'utilizzo del gettito anche al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, interpretando la tassa come una forma di compensazione per l'impatto del turismo sulle comunità residenti. In alcuni casi è stata avanzata l'ipotesi di destinare parte del gettito, ad esempio, al contenimento del costo degli affitti per gli studenti universitari nelle città ad alta pressione turistica.
Secondo molti osservatori, però, senza strumenti efficaci di controllo e trasparenza, l'imposta rischia di perdere progressivamente la propria funzione originaria, diventando un prelievo indistinto e scollegato dai reali bisogni del comparto turistico.






